Tradizionale appuntamento con i Nomadi al Teatro Colosseo di Torino - Quartiere San Salvario. Una delle prime date del nuovo spettacolo teatrale invernale. Poi ci saranno Milano, Roma e altri teatri in giro per l'Italia. Organizzato dall'Associazione Vizi d'Arte, PiemonteUno di Lorenzo Abbate e da Radio Veronica One che ha realizzato un'ampia campagna pubblicitaria. Cito anche la bella definizione di Beppe Carletti che l'amico Gabriele Ferraris ha pubblicato su Torino Sette della Stampa:”il nocchier d'antico pelo”, riferito all'impegno di saper voler e dover condurre il suo vascello a navigare per cinquanta anni sia attraverso mare piatto sia in procelle avverse. L'inverno è la stagione bassa dei Nomadi e di noi fans che preferiamo gli spazi aperti, le zanzare e le stelle sopra di noi. All'interno di un teatro o di un palatenda o palazzetto, si avverte il senso come di soffocamento sia per la musica che per chi suona e chi assiste. Questo succede anche nel prestigioso Teatro Colosseo, molto più adatto a spettacoli teatrali o monologhi. Qui si sta seduti; i fans sono dispersi nella platea o in galleria e la resa non è sempre all'altezza. Ma tant'è; occorre pur guadagnarsi il pane e fare in modo che chi te lo porta resti soddisfatto.

Alle 20 eravamo in Via Madama Cristina, con i biglietti da 38 euro acquistati già il mese prima e un capannello di solidi fans era già in attesa davanti all'ingresso. Dopo dieci anni di nomadismo conosciamo e siamo conosciuti da un mucchio di amici. Baci, abbracci, pacche sulle spalle e take five a profusione. Ma non basta; il ricco bar di fronte è troppo invitante e succede che ci scappi più di un bicchiere di prosecco, di arneis e di nebiolo per festeggiare insieme gli incontri tra fans. Presenti anche Marco Turco e Piero Richiero, promoter di molti concerti in Piemonte e presenti musicisti di numerose cover band locali. Vediamo arrivare alla spicciolata anche i Nomadi stessi, provenienti dalla cena consumata in una vicina trattoria. Poco dopo, decidiamo, io e Aldo, di raggiungere i nostri posti 1 e 2 alla fila 18 della platea. Il teatro si sta riempiendo e, ad inizio concerto, sarà quasi al limite della capienza di circa 1500 spettatori. Fa un caldo bestia e non capiamo come mai; non fa freddo neanche fuori.... Bene, ci faremo anche la sauna.

Alle 21.10 in punto, il concerto ha inizio. Apertura del sipario con i Nomadi già posizionati nella loro consueta disposizione e pronti al primo battiquattro. E' un'emozione la sorpresa di sentire le note di “Stella d'Oriente”. Toh, qualcosa di diverso, finalmente! Una partenza sottotono poiché il brano è suonato quasi unplugged con Cristiano che si sente appena. Alla seconda torniamo alla realtà con “Gli aironi neri” e sembra che vada meglio. Ma come si sta bene, su queste poltrone... Cristiano si mette a suo agio con le nuove “Ancora ci sei” e “Terzo tempo”. Poi Massimo prende le redini della carrozza e si cimenta nel “Fiore nero”. Ahi ahi, siamo ritornati nei binari della normalità... Girae rigira la scaletta è sempre quella. Queste poltrone sono sempre più confortevoli... Ma arriva un'altra chicca:”Il fiume”; una bella canzone su cui la gente, ovviamente, fa paragoni. Cristiano ce la mette tutta ma sembra perdere nel confronto. Ecco ancora le nostalgiche “Mamma giustizia” e “Vivo forte”, che non sono niente male. Il pubblico applaude anche se ho il sospetto che non tutti conoscano certi brani della storia nomade lunga dieci lustri e li scambino per canzoni appena sfornate da Novellara. Emozioni anche con “Ma che film la vita”, dedicata ad Augusto e poi ritorno nella normalità con “Dove si va”, “Il paese” (è proprio a questo punto che il mio cocktail di raffinati vini piemontesi e la morbidezza della poltrona mi hanno sospinto a socchiudere occhi e orecchie), “Io voglio vivere” e chiusura del primo tempo, mi hanno poi detto, con “Il vecchio e il bambino”. Chiedo scusa ai Nomadi, ma ero anche un po' stanco. Per auto-punirmi mi sono destato ed ho seguito il secondo tempo in piedi, al fondo della platea, accanto al mixer di Athos.

La seconda parte è stata forse migliore della prima. Si parte con “Senza discutere” e poi udite udite, la riesumazione di “Atomica cinese”. Ecco la dolce “Ti voglio” e la catastrofica “Noi non ci saremo” (ma, intanto, i Nomadi continuano ad esserci). E noi pure. Immancabile la struggente “Apparenze” e poi ancora viaggi nel passato con “L'angelo caduto”, “Il profumo del mare”, cantata da Sergio, (forse la migliore di tutta la serata), “Tutto a posto” e la consumata “Ho difeso il mio amore”. Ci si avvia verso la fine; vengono proposte la sempre richiesta “Utopia” e “Il pilota di Hiroshima”. Si arriva ai consueti brani finali con un po' di amaro in bocca. Belle canzoni ma che devono essere affinate rendendo, per talune, un'interpretazione più marcata, sofferta, sentita insomma, proprio come le cantava Lui. Ci vorrebbe un po' più di grinta e partecipazione. Anche negli intermezzi Cico era meno brillante del solito; un mucchio di battute pronte, ma poca sostanza, incisività. Nessun attacco a potere o politica. L'unica cosa nomade l'ha detta Sergio Reggioli quando ha condannato le ingiustificate spese militari da parte del nostro governo. Il biglietto di un incauto spettatore letto da Cico ha augurato lunga vita ai Nomadi per altri cinquant'anni così anche Cristiano avrà il tempo di “farsi le ossa”. Un'uscita infelice che ha infastidito non poco il buon Turato che di ossa ne ha già a bizzeffe. Grande festa finale con “Io vagabondo” e il pubblico raccolto sotto il palco. Ma anch'io sono soddisfatto e penso già al prossimo concerto. Magari ci facciamo un regalo di Natale. Ringraziamo i Nomadi per averci fatto ascoltare una scaletta costellata di canzoni che rappresentano le pietre miliari di un cammino che non conosce fine. Per una volta non abbiamo sentito la mancanza di brani come “La collina”, “Asia”, “Ala bianca”, “Senza patria” o “Trovare Dio” anche se ci auguriamo di ritrovarle in prossime scalette. Un saluto a tutti gli amici e amiche fans che hanno condiviso la serata torinese e un compiaciuto grazie a Sabrina. Unu basiru a sa pipiedda.

Articolo di Giorgio