TOUR TEATRALE DEI NOMADI

Noi POIRINOMADI siamo stati a Vercelli il 10 dicembre 2007

ECCO I BRANI CHE ABBIAMO ASCOLTATO A VERCELLI

Come potete giudicar, Ci vuole un senso, La mia terra, Noi non ci saremo, Dove si va, Io voglio vivere, Stella d'Oriente, Riverisco, Il fiore nero, Tempo che se ne va, Marta, Oje como va, Il paese delle favole, Il paese, Primavera di Praga, Per fare un uomo, Un vecchio e un bambino, L'angelo caduto, Sera bolognese, Stella cieca, I ragazzi dell'ulivo, Canzone per un'amica, Dio è morto, Io vagabondo, Salutami le stelle.

IL RACCONTO

A tre mesi esatti dall'ultimo concerto visto (Villacidro - 10 settembre), ho scelto la seconda data vercellese per assistere a questo spettacolo teatrale che i Nomadi hanno allestito per promuovere il loro ultimo lavoro con l'Omnia Orchestra. A dire il vero, un po' mi sono mancati, i nostri cari Nomadi, nonostante i ripetuti passaggi televisivi e le interviste sui giornali specializzati (nonché la continua visione del nuovo DVD). Ma, dal vivo, sono tutta un'altra cosa. Nella fredda e nebbiosa serata di lunedì mi trovo perciò all'ingresso del Teatro Civico di Vercelli insieme ad Aldo e Lidia e a numerosi amici fans. Il biglietto è di 30 euro (ma si immaginava così caro poiché al concerto nel teatro di Chiavari, in primavera, ne avevamo già pagati 35. L'interno del Teatro Civico è accogliente, una platea da 600 posti più un giro di palchi e la galleria con dominanza del classico colore rosso. Il tutto sovrastato da un luminoso, gigantesco ed inquietante lampadario di cristallo. Poco più di mille posti; tutti occupati. Noi siamo in buona posizione, in quinta fila, avendo prenotato con largo anticipo. Gli altri fans, per motivi di assegnazione dei posti, sparsi qui e là. Vedo molte coppie distinte, sia giovani che attempate.

 

Il concerto di stasera è il 12° di questa tourné teatrale. Qualche conoscente più assiduo mi aveva anticipato che avrei assistito ad uno spettacolo particolare, diverso dai concerti a cui ero abituato. Staremo a vedere. Alle 21.15 la sala piomba nel buio. Applauso immediato del pubblico che così libera l'ansia dell'attesa. Dalle casse si ode un colloquio come fatto al cellulare tra due amici: “Ma lo sai che stasera ci sono i Nomadi a teatro?”. “Ma davvero? Allora andiamo a vederli!”. Dopo questa banalità, finalmente si alza il sipario. I Nomadi sono già lì: alla mia sinistra Sergio seduto davanti a due bongo e circondato da altri strumenti a percussione con accanto l'inseparabile violino. Vicino a lui Massimo con alle spalle il suo prezioso contrabbasso elettrico; al centro del palco la nuova batteria di Daniele, non sopraelevato. Davanti a lui uno zazzeruto Danilo nerovestito su camicia bianca e bombetta. Poco dietro, con solo pianoforte e sintetizer un elegante e sorridente Beppe Carletti. A destra Cico in consueto casual (ma non siamo a teatro?) e la sua mezza collezione di preziose chitarre. Basta. Niente arredi o scenografia. Quella viene affidata alla destrezza e alla fantasia del tecnico delle luci. In questo contesto sobrio ed essenziale, ma efficace dal punto di vista acustico, il “concerto” inizia a sorpresa con una particolare versione di “Come potete giudicar”. Aveva ragione il mio amico: non sarà un concerto-tipo come quelli precedenti.

Subito vengono proposti i due nuovi, splendidi brani “Ci vuole un senso” e “La mia terra”. E' la prima volta che li sento dal vivo e devo riconoscere che, anche senza l'ausilio dell'orchestra, sono due capolavori che i Nomadi interpretano divinamente. Applausi scroscianti: queste due canzoni, da sole, valgono il prezzo del biglietto. Tra un brano e l'altro i Nomadi si comportano sempre allo stesso modo: il biglietto da leggere, la battuta sul viagra, la pancia di Cico, il Toro di Massimo che perde 4 a 0. Non è stato previsto un dialogo impegnato, teatrale, magari per introdurre i brani. Si va a braccio. I Nomadi in questo sono bravi; oltretutto, così facendo, hanno anche modo di parlare di cose serie, come ad esempio del Dalai Lama in Italia non sempre bene accolto o degli operai morti nell'incendio alla Thyssen di Torino.

Il concerto di dipana attraverso le ballate più belle di tutta la produzione nomade come ad esempio le intense “Stella d'oriente”, “Tempo che se ne va”, “Il paese”, “Un vecchio e un bambino”, “Stella cieca”. Brani che si adattano bene all'ambiente teatrale. Non mancano le chicche, le rarità. Roba che ai concerti “normali” non senti mai: “Riverisco”, “Marta”, “Sera bolognese”, “I ragazzi dell'ulivo” suonate e interpretate con l'anima. Prima della canonica pausa di “dieci minuti per un caffè, una sigarettina e una pipì”, come si è premunito di consigliarci lo stesso Danilo, anche un omaggio a Santana con un'elaborazione di “Oje como va”. Poco dopo le 23 le note della classica “Canzone per un'amica” annunciano il finale del concerto (e qui non è cambiato nulla) seguita dalla roboante “Dio è morto” che ha finalmente fatto tremare le poltrone su cui eravamo (purtroppo) seduti. Dopo la lettura dei 4 (quattro) striscioni e dei 4 (quattro) messaggi di fans, “Io vagabondo” ha concluso la serata e qui, il pubblico, nel momento in cui il gruppo interrompe l'esecuzione, ha cantato egregiamente.

Applausi. Sipario. Nel buio (sappiamo tutti che solo quando si accendono le luci di sala lo spettacolo è veramente terminato) si odono ancora le voci dei due amici dell'inizio “Dove vai?! Non è ancora finito!”. Geniale! Infatti il sipario si riapre con i Nomadi sempre lì come li avevamo lasciati prima, che partono con “Salutami le stelle”. E questa canzone, da lacrime agli occhi per la bellezza dell'esecuzione, è stata la perfetta ciliegina su una torta di cui non sono sicuro di averne apprezzato tutti gli ingredienti. Ci vediamo a Novellara per un ritorno, mi auguro, alla tradizione. Buone Feste a tutti!                       giorgio